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Riccardo Muti e Zubin Mehta: due giganti con un’anima diversa

di Redazione
Copertina meta e muti

Nel panorama della musica classica contemporanea, Riccardo Muti e Zubin Mehta rappresentano due vette assolute della direzione d’orchestra, figure leggendarie capaci di segnare un’epoca. Questo articolo esplora le loro straordinarie parabole artistiche attraverso un viaggio in tre tappe, mettendo a confronto le loro biografie e le loro opposte filosofie sul podio. Scopriremo infine i loro lasciti discografici più importanti, veri e propri punti di riferimento per ogni appassionato.

I primi passi dei re del podio

Le biografie di Riccardo Muti e Zubin Mehta disegnano geografie culturali e percorsi di vita profondamente distanti, che hanno inevitabilmente plasmato le loro rispettive identità artistiche. Riccardo Muti nasce a Napoli nel 1941, ma vive fino all’età di sedici anni in Puglia, a Molfetta, la città natale del padre Domenico, medico di professione. Ritornato a Napoli, frequenta il Liceo classico e si diploma in pianoforte con il massimo dei voti e la lode al Conservatorio di San Pietro a Majella, studiando sotto la guida del maestro Vincenzo Vitale. È il direttore del conservatorio, Jacopo Napoli, a intuire il suo talento e a indirizzarlo nel 1960 verso la direzione d’orchestra, affidandolo alle cure di Ugo Ajello. Successivamente, Muti lascia la facoltà napoletana di filosofia per trasferirsi al Conservatorio di Milano, perfezionandosi in composizione con Bruno Bettinelli e in direzione con Antonino Votto. Il suo esordio ufficiale avviene nel 1967 al Teatro Coccia di Novara, dove vince il prestigioso Premio Cantelli per giovani direttori, trampolino di lancio che lo porterà già dal 1968 a guidare il Maggio Musicale Fiorentino.

Zubin Mehta nasce invece a Bombay nel 1936 da una famiglia aristocratica indiana parsi. Suo padre Mehli, violinista e pioniere della musica occidentale in India, era stato il fondatore della Bombay Symphony Orchestra. Attratto in un primo momento dagli studi in medicina, Mehta decide a diciotto anni di cambiare radicalmente rotta e di trasferirsi a Vienna per studiare musica. Nella capitale austriaca segue i celebri corsi di direzione di Hans Swarowsky, frequentati in quel periodo anche da Claudio Abbado e Daniel Barenboim, studiando al contempo pianoforte e contrabbasso, strumento con il quale inizia a suonare nella Wiener Kammerorchester. Il suo debutto avviene a Vienna nel 1958; nello stesso anno vince il Concorso di Liverpool, diventando assistente della Royal Liverpool Philharmonic, prima di assumere nel 1960 la guida della Orchestre symphonique de Montréal.

Muti e Mehta: due modi opposti di vivere l’orchestra

Sul podio, la differenza tra i due maestri si traduce in una affascinante contrapposizione di filosofie interpretative. Muti incarna la massima fedeltà e il rigore filologico nei confronti della partitura scritta. Erede della scuola che guarda a Toscanini, il maestro napoletano concepisce il ruolo del direttore come quello di un servitore assoluto della volontà del compositore, impegnandosi a ripulire le esecuzioni da tutte quelle incrostazioni e quei tagli arbitrari stratificatisi nella tradizione nel corso degli anni. Lo ha dimostrato chiaramente durante i suoi anni alla Philharmonia Orchestra di Londra, riaprendo tutti i vecchi tagli storici nel Macbeth di Verdi. Muti è il custode indiscusso del melodramma italiano (da Verdi a Rossini e Bellini), e questa sua vocazione alla precisione e alla trasmissione del sapere si esprime pienamente anche nella fondazione della sua “Riccardo Muti Italian Opera Academy”, nata a Ravenna per svelare ai giovani musicisti l’estrema complessità che si cela dietro la costruzione di un’opera.

Zubin Mehta risponde con un approccio radicalmente diverso, caratterizzato da una direzione calda, sentimentale e da un gesto fluidissimo e chiarissimo, che gli permette spesso di dirigere a memoria partiture colossali. Laddove Muti scolpisce la tensione drammatica, Mehta predilige la sontuosità del suono e la gestione di masse orchestrali imponenti. Il suo terreno d’elezione è infatti il gigantismo sinfonico tardo-romantico e del primo Novecento, con letture magistrali di Bruckner, Richard Strauss e Mahler, senza dimenticare il fondamentale lavoro sulla musica di Schönberg. Anche nell’opera, Mehta esprime un’anima carnale e comunicativa, firmando interpretazioni memorabili del catalogo pucciniano (la sua Turandot del 1972 con Pavarotti ha fatto la storia) e wagneriano, ma aprendosi con disinvoltura a progetti di immenso impatto mediatico e pop, come i film operistici in diretta tv nei luoghi reali o i concerti dei Tre Tenori.

Riccardo Muti e Zubin Mehta: le grandi direzioni e la discografia di riferimento

Le tappe più gloriose delle loro carriere si riflettono in cataloghi discografici monumentali, che testimoniano l’impatto globale di entrambi i direttori. Riccardo Muti ha impresso il suo sigillo indelebile sui più importanti palcoscenici europei e statunitensi, legando il suo nome a istituzioni come la Scala di Milano, la Philadelphia Orchestra e la Chicago Symphony. Il suo legame profondo e duraturo con l’Austria è celebrato in grandi registrazioni sinfoniche con i Wiener Philharmoniker, di cui è uno splendido esempio il recente Neujahrskonzert 2025 (New Year’s Concert 2025). La sua straordinaria capacità di lettura analitica e nitida della tradizione classica occidentale è documentata nel prezioso cofanetto Le Sinfonie Complete 1-9 (Box 4 CD) di Schubert, inciso sempre con la compagine viennese. A coronamento di questo immenso cammino artistico tra il repertorio sinfonico d’Europa e d’America si colloca l’imponente raccolta antologica The Complete Warner Symphonic Recordings (Box 91 CD), un vero monumento alla sua rigorosa carriera.

Zubin Mehta risponde con una discografia che mette in luce il suo passaporto da autentico cittadino del mondo, capace di guidare per decenni la New York Philharmonic, la Israel Philharmonic (di cui è direttore a vita) e l’Opera di Stato della Baviera, oltre al Maggio Musicale Fiorentino. Il suo edonismo sonoro, l’eccezionale gestione dei colori orchestrali e la vastità del suo repertorio si uniscono a una straordinaria fluidità nelle letture dei classici, qualità celebrate in ampie pubblicazioni riassuntive come The Philharmonic Edition e nel cofanetto tematico Zubin Mehta Conducts Brahms (Box 4 CD),  contenente l’integrale delle quattro sinfonie del compositore tedesco. Infine, la ricchezza delle sue produzioni d’opera e sinfoniche lungo i decenni è racchiusa nella panoramica totale offerta dalla raccolta The Complete Warner Recordings (Box 27 CD + 3 DVD).

Due pilastri apparentemente opposti che, con il rigore filologico da un lato e la calda fluidità d’azione dall’altro, hanno arricchito per sempre l’universo dell’interpretazione musicale.