Il pianoforte è stato, fin dall’infanzia, il suo rifugio e la sua arma. Nina Simone non è stata soltanto un’icona assoluta della musica del Novecento, ma una forza inarrestabile capace di trasformare il talento e la rabbia in una cifra stilistica unica, da lei stessa definita “Black Classical Music“. Dalle radici segnate dal razzismo nel profondo Sud degli Stati Uniti fino al ruolo di primo piano nel movimento per i diritti civili, la sua evoluzione artistica si è intrecciata indissolubilmente con la storia americana. Eppure, dietro il carisma ipnotico del palcoscenico si celavano profonde ombre private: battaglie contro gli abusi domestici e fragilità legate alla salute mentale che, lungi dall’oscurarne il genio, hanno reso la sua arte ancora più viscerale e indimenticabile.
Nina Simone: dai banchi della chiesa alla lotta per i diritti civili
Prima ancora di diventare la voce simbolo della rivoluzione afroamericana, Eunice Kathleen Waymon era semplicemente una bambina prodigio della Carolina del Nord. Nata nel 1933 in una famiglia metodista dalle ampie ristrettezze economiche, dimostra subito un’affinità elettiva con il pianoforte, incantando la propria comunità al punto da spingerla a raccogliere fondi per la sua formazione. Il suo più grande sogno era diventare la prima concertista classica nera d’America. Un’ambizione alimentata dallo studio rigoroso di Bach e Beethoven, ma destinata a scontrarsi con il muro del razzismo sistemico americano quando, nonostante il suo innegabile talento, venne respinta dal prestigioso Curtis Institute di Philadelphia. Quel rifiuto cocente non spegne però il suo fuoco, bensì lo reindirizza. Trasferitasi a New York e poi attratta dalle correnti della protesta politica, la pianista intreccia un legame profondo con intellettuali del calibro di Lorraine Hansberry e leader carismatici come Malcolm X e Stokely Carmichael. Abbandonata l’idea della non-violenza pura, la sua musica si trasforma in un’arma affilata al servizio del Black Power. Brani monumentali come Mississippi Goddam — nato di getto dopo un sanguinoso attentato dinamitardo a Birmingham —, l’intensa Strange Fruit o il ritratto sociale di Four Women diventano veri e propri manifesti di liberazione e rabbia. Non sorprende che le radio dell’epoca cerchino di censurarla, intimorite da un linguaggio senza filtri. Stanca di un Paese che percepisce come ostile e incapace di tutelare la popolazione nera, l’artista sceglie infine la strada dell’esilio volontario, inaugurando una lunga peregrinazione esistenziale e geografica che la porterà a vivere tra i Caraibi, l’Africa e l’Europa.
Dalla gavetta nei club all’Olimpo del jazz
La metamorfosi da Eunice Waymon a Nina Simone avviene nei locali di Atlantic City all’inizio degli anni Cinquanta. Per nascondere alla rigorosa madre il fatto di esibirsi nella cosiddetta “musica del diavolo”, la giovane pianista adotta uno pseudonimo iconico: Nina (dallo spagnolo “niña”) e Simone, in omaggio all’attrice francese Simone Signoret. In quel circuito di cabaret nasce una cifra stilistica inimitabile, una fusione magistrale tra rigore classico, impronta gospel, melodia pop e improvvisazione jazz. Un mix irripetibile che l’artista stessa amava definire “Black Classical Music”. Il debutto discografico del 1959 con Little Girl Blue la lancia immediatamente nell’iperuranio musicale grazie a perle come I Loves You, Porgy, anche se l’ingenuità contrattuale dell’epoca le costa milioni in mancati diritti d’autore. Dagli anni Sessanta in poi, attraverso le collaborazioni con etichette come Colpix e Philips, la sua carriera decolla definitivamente con una serie di album straordinari e di inni senza tempo, tra cui la viscerale To Love Somebody. Persino dopo le lunghe pause artistiche e le sparizioni dalle scene degli anni Settanta, il destino trova il modo di incoronarla di nuovo: nel 1987, uno spot televisivo firmato Chanel sceglie la sua vecchia incisione di My Baby Just Cares For Me, riproiettandola in cima alle classifiche mondiali a distanza di tre decenni. Ribattezzata “The High Priestess of Soul”, la Simone ha consegnato alla storia una discografia monumentale, capace di influenzare generazioni di musicisti e di rimanere una pietra miliare assoluta: dall’esordio all’impegno politico del live In Concert con Mississippi Goddam, dalle vette ipnotiche di Pastel Blues, celebre per l’epica Sinnerman, fino al suono viscerale e ruvido di Nina Simone Sings the Blues, vero e proprio compendio della sua anima soul, con cui si chiudono gli anni Sessanta.
Nella maturità spiccano la svolta pop-reggae di Baltimore, l’autobiografico Fodder on My Wings, il disco della rinascita Nina’s Back! e il testamento artistico A Single Woman.
Luci e ombre di Nina Simone: i tormenti di un’anima libera
Dietro l’aura ipnotica che emanava sul palcoscenico, la vita privata di Nina Simone è stata un teatro di ombre, violenze e sofferenze interiori. Il suo percorso sentimentale è costellato di relazioni tossiche e drammatiche, a partire dal matrimonio con il manager ed ex poliziotto Andy Stroud. Un rapporto segnato da brutali abusi fisici e psicologici che hanno lasciato cicatrici indelebili nel suo corpo e nella sua mente, oltre a complicare irrimediabilmente il legame con la figlia Lisa. A questa quotidiana spirale di violenza si aggiungeva la convivenza con un grave disturbo bipolare, all’epoca non diagnosticato, che le causava devastanti alterazioni dell’umore e crisi depressive. Questa costante tensione emotiva si rifletteva direttamente durante i concerti: perfezionista inflessibile, l’artista pretendeva un silenzio quasi sacrale dalla platea, arrivando a interrompere le esecuzioni per riprendere a brutto muso gli spettatori distratti. Eppure, quell’apparente durezza non era che lo scudo di un’anima ipersensibile, terrorizzata dal rifiuto e costantemente alla ricerca di una sincera connessione umana. Negli ultimi anni della sua vita, segnati dal lungo nomadismo e dalla lotta contro un tumore al seno, Nina trova infine un po’ di pace nella tranquillità del sud della Francia, dove si spegne nel 2003 all’età di settant’anni. Secondo le sue ultime volontà, le sue ceneri sono state disperse nel continente africano, a chiudere idealmente il cerchio di una vita vissuta senza mai scendere a patti con nessuno.
Nina Simone è stata una delle più grandi artiste americane di sempre, in grado di lasciare un’eredità che va oltre ogni luogo e tempo.

