Ci sono nomi che non sono semplici artisti, ma vere e proprie divinità del firmamento pop. Oggi parliamo del ritorno del Re: Michael Jackson.
Il 21 aprile 2026 è una data che i fan hanno segnato sul calendario per mesi, forse anni. È il giorno in cui “Michael”, l’attesissimo biopic diretto da Antoine Fuqua, è finalmente approdato nelle sale italiane. Un’operazione cinematografica mastodontica, prodotta da quel Graham King che aveva già sbancato il botteghino con Bohemian Rhapsody, e che oggi prova a bissare il successo raccontando la vita dell’uomo più celebre (e discusso) del pianeta.
Mettetevi comodi, perché stiamo per addentrarci in una recensione profonda, analizzando le luci e le ombre di una pellicola che sta già facendo discutere critica e pubblico. E mentre ripercorriamo la parabola di MJ, non dimenticate che la sua eredità vive soprattutto nei solchi dei suoi dischi: un’occasione perfetta per arricchire la vostra collezione con i capolavori che hanno cambiato la storia.
Un Angelo senza sesso: la visione di Antoine Fuqua
Il film si apre con un’immagine potente: un bambino, Michael, a Gary, Indiana, che guarda fuori dalla finestra sognando di giocare con i coetanei. È l’inizio di una fiaba, o forse di un incubo dorato. Fuqua, veterano di film muscolari come Training Day, qui cambia registro e si mette al servizio del “Fan Service” più puro. Il Michael Jackson che vediamo sullo schermo è, citando le parole della critica più acuta, un Angelo. Un essere quasi etereo, privo di sessualità, un Peter Pan eterno che sembra vivere al di fuori dei documentari scandalistici, dei patteggiamenti e delle aule di tribunale che hanno affollato la cronaca degli ultimi decenni.
Il film sceglie una strada precisa: la santificazione attraverso il talento. La narrazione si concentra principalmente sul periodo che va dagli esordi degli anni ’60 fino al 1988, l’apice del Bad World Tour, primo tour mondiale dell’artista a seguito dell’uscita dell’omonimo album Bad. È una scelta strategica, che permette di evitare le zone più torbide della sua biografia (le prime accuse di molestie risalgono al 1993) per concentrarsi sul genio creativo.
Jaafar Jackson: una mimesi impressionante
Se c’è un elemento che mette d’accordo tutti, è l’interpretazione di Jaafar Jackson. Il nipote di Michael (figlio di Jermaine) non si limita a interpretare lo zio: lo incarna. La somiglianza fisica è a tratti spaventosa, ma è nel movimento che avviene il miracolo. Jaafar si è sottoposto ad anni di allenamento per replicare quel linguaggio del corpo unico al mondo: il moonwalk, i passi di danza rimasti nella storia, la tensione elettrica di ogni fibra muscolare.
Accanto a lui, brilla la stella del piccolo Juliano Krue Valdi, che interpreta il Michael bambino. Le sequenze dei Jackson 5 sono tra le più riuscite: mostrano un talento irrefrenabile, un bimbo prodigio che non riesce a stare fermo nemmeno quando i produttori della Motown glielo ordinano. È la Hollywood dei sogni, quella che conquista il mondo con un sorriso e una voce celestiale.
Capitan Uncino e il dramma di Gary
Il film non fa sconti sulla figura del padre, Joseph Jackson, interpretato da un imponente Colman Domingo. Joseph viene ritratto come una sorta di “Capitan Uncino” (come lo disegnava Michael nei suoi schizzi infantili): un padre-padrone, violento, anaffettivo, che vessa i figli con allenamenti estenuanti. Eppure, il film gioca su un’ambiguità interessante: Joseph è il villain, ma è anche il catalizzatore necessario. Senza la sua brutalità, Michael non sarebbe diventato l’atleta della danza che abbiamo conosciuto.
Questo conflitto interiore spinge Michael verso l’ossessione per Peter Pan e la Disney. Il film mostra come il cantante cercasse rifugio in un mondo di animali e fantasia proprio per sfuggire a un padre che lo terrorizzava. È un Michael che parla con lo scimpanzé, il lama e i serpenti, mentre i fratelli (descritti nel film come figure di contorno, più interessate alle donne e al successo facile) non riescono a comprendere la sua solitudine abissale.
L’esplosione planetaria: da Thriller a Bad
Quando la narrazione arriva ai primi anni ’80, il film decolla. Vediamo la nascita di “Thriller”, l’album dei record. Fuqua si sofferma sulla creazione dei video, sul rapporto con Quincy Jones (un po’ sacrificato nel minutaggio, a dire il vero) e sull’intuizione di John Branca (interpretato da Miles Teller), l’avvocato che resterà al fianco di Michael per tutta la vita.
Le scene in cui Jaafar Jackson ricrea i videoclip storici sono pura gioia per gli occhi. Per celebrare quel momento in cui Michael divenne il centro dell’universo, la nostra raccomandazione è obbligatoria: Thriller non è solo un disco, è il certificato di nascita del pop moderno.
Il film si chiude idealmente con l’era di “Bad”. È qui che Michael cerca l’indipendenza definitiva, allontanando il padre e affermando la propria visione artistica. Le coreografie si fanno più aggressive, il look cambia (le giacche da ammiraglio, le fibbie, il nero dominante). È il momento del trionfo solista assoluto. Se volete rivivere quell’energia, la versione Bad (Edizione 25esimo Anniversario) è l’ideale per approfondire quel periodo incredibile, con contenuti extra che raccontano la genesi di un mito.
Le zone d’ombra: sbiancamento e chirurgia
Sebbene il film sia un prodotto creato quasi a posta per soddisfare i Fan, non ignora del tutto i cambiamenti fisici di Michael. Vediamo i primi interventi al naso, giustificati con la sinusite o con l’insoddisfazione per un volto che gli ricordava troppo quello del padre. Il progressivo sbiancamento della pelle viene mostrato con delicatezza, quasi come un processo inevitabile di trasformazione in quell’angelo bianco che Michael sognava di essere.
È un Michael che vuole stare in mezzo ai bianchi, che vuole conquistare MTV (grazie anche alle pressioni su Walter Yetnikoff della CBS, interpretato da un cammeo di Mike Myers), che vuole essere universale al punto da perdere i propri tratti distintivi.
Proprio in questo periodo di transizione e di successiva evoluzione sonora, Michael sforna album complessi e visivamente spettacolari. Un esempio è “Dangerous”, un disco che ha segnato gli anni ’90 con la sua fusione di New Jack Swing e Pop. Su Discoteca Laziale trovate la splendida Dangerous (Ex-Us Color Variant), una variante cromatica che rende giustizia all’estetica ricercata di quel progetto.
Michael: Un film per tutti o solo per i fan?
La critica si è divisa. Su Rotten Tomatoes il film ha esordito con un magro 27% (un voto forse troppo severo), mentre il pubblico lo sta premiando con incassi che potrebbero avvicinarsi al miliardo di dollari. La verità sta nel mezzo: come film cinematografico, Michael è forse un po’ blando, cauto, con una sceneggiatura di John Logan (Il Gladiatore) che preferisce la superficie alla profondità drammatica.
Ma come esperienza sensoriale, il film è imbattibile. Il sonoro è eccezionale e il montaggio di John Ottman (lo stesso di Bohemian Rhapsody) garantisce un ritmo che non annoia mai, nonostante le due ore abbondanti di durata. È un film che ti fa venir voglia di ballare, di cantare e di riscoprire il lato più cupo e sperimentale di Michael.
Verdetto finale
Michael non è un documentario inchiesta, è una fiaba. È il racconto di un predestinato che ha scambiato la propria infanzia con l’immortalità. Antoine Fuqua ha girato centinaia di ore di materiale (si parla già di un sequel o di una versione estesa per lo streaming) per restituirci un ritratto levigato, quasi acritico, ma immensamente toccante.
Uscirete dalla sala con un po’ di malinconia per un uomo che, circondato da milioni di persone, è rimasto per tutta la vita quel bambino di Gary che guardava fuori dalla finestra. Il modo migliore di combatterla sarà dare uno sguardo al nostro catalogo online: il Re del Pop vi aspetta, oggi più vivo che mai.

