L’elettronica è sempre stata un genere futuristico, volto a immaginare e rappresentare un futuro fertile dal punto di vista evoluzionistico. L’evoluzione stessa può trovare la sua realizzazione in più forme: cibernetica, globalizzazione, sanità. In un mondo dove l’artigianalità artistica umana viene contrastata dall’immediatezza algoritmica dell’AI, è necessario che ci siano figure che contestino la tradizione, permettendo a quest’ultima di essere modificata. Come Mark Fisher afferma in Realismo Capitalista: “Una cultura che si limita a preservare sé stessa non è cultura”. Le figure imprevedibili di cui necessitiamo nel panorama elettronico sono quelle che spingono per l’innovazione, creano atmosfere nuove e sono capaci di reinventarsi. Sono artisti che nel pieno del processo creativo hanno alterato per sempre il corso della storia della musica.
Kraftwerk e cibernetica: Die Mensch-Maschine e Metropolis
Nel 2026 la società è divisa in due: i ricchi vivono nei lussuosi grattacieli della superficie mentre gli operai schiavizzati faticano duramente nel sottosuolo. Questa sopracitata non è un’analisi della società contemporanea, bensì la trama del film datato 1927 Metropolis di Fritz Lang, uno dei massimi esponenti dell’espressionismo tedesco. La corrente in questione trova la sua duplice espressione principalmente nell’arte visiva e nel cinema. Nell’arte vengono usati colori violenti, linee taglienti e forme deformate per esprimere l’angoscia esistenziale e il disagio sociale. Nel cinema invece riflette angoscia, pessimismo e il caos sociale del dopoguerra tramite usi estremi del chiaroscuro, prospettive impossibili e angoli acuti.
La rappresentazione musicale di questa corrente espressiva combacia con la nascita del TRS-80 (home computer), il Minimoog (sintetizzatore monofonico analogico) e le Drum Machine.
Il risultato è quindi The Man-Machine dei Kraftwerk: un manifesto governato da synth e ritmi robotici e ipnotici che riesce a unire perfettamente entrambi i mondi dell’utopica estetica cyberpunk con la necessità del progresso tecnologico per aiutare l’uomo nel suo sviluppo. Concetto espresso in “Neon Lights”, brano di chiusura di The Man-Machine: questo sostiene che quando arriva la notte sarebbe impossibile avere un sistema di illuminazione sfavillante se non ci fosse la tecnologia moderna, rivelando quindi la necessità di essa stessa nelle nostre vite. Metaforicamente parlando si potrebbe parlare di un secondo illuminismo informatico, dove prevale la razionalità scientifica e il progresso tecnologico.
La risoluzione e sintesi di questo binomio è espressa concisamente nel terzo brano dell’album, ovvero “Metropolis”. Viene pronunciata una sola parola (la stessa del titolo della canzone) ma incredibilmente suggestiva, richiamando la pellicola di Fritz Lang. Al cuore del film troviamo la battaglia etica e manuale della classe proletaria contro un capitalismo oppressivo governato dalle menti approfittatrici ed economicamente elitarie. Dopo aver assistito al disagio sociale della classe operaia, sarà il cuore (empatia umana) che metterà in comunicazione le mani (proletariato) con la mente (potere economico-decisionale), arrivando all’emblematica scena finale della pellicola: “Il mediatore tra la testa e le mani deve essere il cuore”. Traslando questa conclusione in musica, otteniamo il seguente enunciato: sarà l’abilità dell’artista che permetterà agli ascoltatori di comprendere il progresso elettronico della musica tramite gli strumenti, rompendo la barriera del pregiudizio accusatorio verso l’apparente insensibilità della musica elettronica.
Bjork e i microbeat: la spirale emotiva di Vespertine e Homogenic
Riprendendo quanto precedentemente discusso con i Kraftwerk, Bjork stessa in un’intervista rilasciata a MTV nel 1997 affronta le critiche mosse alla musica elettronica: “Trovo assurdo quando dicono che la musica elettronica non abbia anima e procedono ad incolpare i computer. Non puoi incolpare i computer, se la musica non ha anima è perché nessuno l’ha inserita. Sarebbe da ipocriti accusare lo strumento, come se si accusasse il legno, la pelle e qualsiasi altra cosa da cui ricaviamo musica.”
Dopo le pubblicazioni di Debut e Post rispettivamente nel ‘93 e nel ’95 l’artista islandese cambia nuovamente stile di produzione e narrazione: il progetto d’esordio rientrava nell’Art Pop, con sonorità upbeat e ipnotiche che hanno lasciato il posto allo sviluppo criptico e energetico tipico del Trip Hop e dell’Elettronica di Post. È proprio Post il progetto spartiacque della discografia di Bjork, segnando i primi approcci con la sperimentazione elettronica che la consacrerà come un’artista visionaria.
Con l’uscita di Homogenic ha voluto sfondare il mondo del pop per fare da intermediaria con l’elettronica, il Glitch Pop e l’IDM (in tracce come “Pluto” e “Hunter”). Homogenic è un mondo liminale dove vige sia la natura comportamentale primitiva di Bjork e sia la natura complessa e contraddittoria della stessa artista. Per identificare meglio tutto il conflitto interiore ed ambientale espresso in Homogenic, le produzioni di Bjork utilizzano i cosiddetti “volcanic beats”: delle percussioni molto aggressive e distorte, a cui sono applicate curve di distorsione polinomiali che conferiscono suoni industriali e metallici.
Un disco freddo, denso ed emotivamente intenso come Homogenic ha un successore altrettanto complesso, esplosivo e contraddittorio quale Vespertine. Bjork nel suo 4° album in studio riesce ad essere vulnerabile come mai lo è stata precedentemente, fondendo due mondi opposti: quello classico e coreutico (reminiscente di età, necessità e comportamenti infantili) ai microbeat e al glitch hop (indici di complessità, incertezza e esistenzialismo). Vespertine esprime tutto il carattere dell’artista islandese: consapevole e intima nella sua narrazione, Bjork affronta la sessualità, il desiderio, l’auto-realizzazione, il benessere e l’inadeguatezza: la vita quotidiana.
Druqks: uno stridulo abbaglio nel mondo di Aphex Twin
Pochi mesi dopo la pubblicazione di Vespertine il 22 ottobre 2001 esce drukQs di Richard D. James, in arte Aphex Twin. Un lavoro decisamente diverso rispetto alla precedente serie di Selected Ambient Works 85-92 e il II, seguendo invece la direzione creativa di I Care Because You Do e del Richard D. James Album, i 2 precedenti al rilascio di drukQs
Selected Ambient Works 85-92 si presenta con percussioni ipnotiche e progressive sposando la causa del genere IDM, donando un’atmosfera futuristica al progetto. In Selected Ambients Works II scompaiono invece quasi del tutto le percussioni, innalzando il ruolo delle produzioni che si alternano fra le più tetre come #4 (alias “Hankie”) e le più speranzose come #19 (alias “Stone in Focus”). Dopo questo dittico troviamo le prime influenze dell’ispirazione per drukQs, prendendo due canzoni dai due rispettivi album precedenti: la sperimentazione rumorosa di “Ventolin” (contenuto in I Care Because You Do) e l’armonia geometrica di “4” (nel Richard D. James album). Se il primo ci dimostra l’ansiosa e maniacale natura dell’artista che vuole sempre azzardare, il secondo ci invita a rallentare e saper costruire ponti fra il passato e il presente. RDJ è il disco che ci prepara al lavoro di introspezione quale drukQs, ma per poter sapersi leggere bisogna essere capaci di rivivere il passato: il disco affronta infatti la sua infanzia, i rapporti personali con la famiglia e i ricordi della Cornovaglia usando sonorità Drill and Bass, ovvero un’integrazione fra l’elettronica e la Drum and Bass, con un utilizzo di batterie molto frenetiche e complesse.
Nel 2001 viene quindi rilasciato drukQs: il suo disco più divisivo, paragonabile ad un viaggio nella psiche umana dove troviamo uno scontro incessante fra la razionalità e la follia. È un disco dal tocco umano: l’ascoltatore viene costantemente scaraventato fra un susseguirsi di tracce instabili e caotiche: dalla più leggera composizione al pianoforte di “Avril 14th” (ormai divenuta una ricorrenza celebrativa per i fan) fino all’insaziabile voracità e pienezza musicale di “Afx237 v.7”, passando per ascolti scomodi e inquietanti come “Prep Gwarek 36”. Il disco alterna instancabili collisioni di percussioni a melodie subdole, facendo emergere la potenza emotiva dell’album come forma di indagine introspettiva celebrata da Warp Records dopo 25 anni dall’uscita con una ristampa di 4LP per drukQs. Lo scontro fra la tetraggine e la speranza termina con l’ultima traccia del disco, “Nanou2”: una composizione al pianoforte simbolo della profonda resilienza umana, che esce vittoriosa da questo conflitto dopo aver imparato ad accettarsi, nonostante in noi viva sia il disgusto tipico di un suono stridulo e sia la serenità confortevole di un pianoforte.
L’imprinting culturale generazionale: Downtempo e Hyperpop
Nei primi tre anni di vita circa di ogni essere umano viviamo un periodo critico dove creiamo una prima profonda connessione con il caregiver di riferimento, alterando fortemente (seppur reversibilmente) il nostro stile di attaccamento relazionale: questo processo prende il nome di imprinting.
Il peso delle influenze lo conosciamo benissimo, soprattutto in musica e a maggior ragione se parliamo del vasto mondo della musica elettronica fra tutti i suoi sottogeneri. Se i Boards of Canada non avessero mai pubblicato Music Has The Right to Children e Geogaddi probabilmente Vegyn non avrebbe seguito le loro orme nel mondo dell’IDM e del Downtempo. Questo significherebbe che probabilmente non sarebbe mai entrato in contatto con James Blake, che non avrebbe fatto suonare sue tracce nei locali arrivando a farlo collaborare con Frank Ocean. Questo comporterebbe la sua mancata partecipazione in Blonde e Endless, privandoci di due degli album più importanti dell’alternative R&B contemporaneo. Se gli Air non avessero pubblicato il loro capolavoro Moon Safari, Vegyn non avrebbe avuto chance di remixarlo in Blue Moon Safari,creando un ponte temporale fra le due generazioni.
Senza l’innovazione degli Autechre, The Prodigy e la scena techno di Detroit l’artista SOPHIE non sarebbe riuscita a creare nuove ondate di generi: Bubblegum Bass, Deconstructed Club e Hyperpop grazie alle collaborazioni con l’amico e produttore musicale A.G Cook e alla sua etichetta PC Music. Charli XCX allora non avrebbe scoperto SOPHIE e metà della sua discografia fra cui Brat e How I’m Feeling Now non avrebbero mai visto la luce del giorno. Artisti del calibro di Kim Petras, Frost Children e FKA Twigs devono molto al contributo dato dagli artisti sopracitati, precursori dell’attuale scena Hyperpop e Electropop.
La sperimentazione musicale lascia sempre una traccia del proprio cammino: nello stesso modo in cui un predatore segue la sua preda, l’affamata curiosità di conoscenze e musica rende il mondo dell’elettronica il target perfetto per l’ascoltatore. È un macrogenere che contiene al suo interno una densa lista di sottogeneri e movimenti culturali, che caratterizzano e contestualizzano l’era contemporanea come quella passata. La musica elettronica è uno strumento di indagine socio-culturale indelebile: frutto di passione, ricercatezza e necessità di espressione. Con uno sguardo al presente ed uno al passato, questo è sempre pronto a condizionare il futuro.

